Grano duro, la ricerca italiana fa sistema: innovazione e sostenibilità per rafforzare la filiera. Intervista con il Prof. Michele Pisante, Università degli Studi di Teramo
- 30 mar
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La ricerca pubblica italiana sul frumento duro si conferma un asset strategico per la sostenibilità e la competitività della filiera agroalimentare. Il convegno “La ricerca italiana per la sostenibilità e la qualità della filiera del frumento duro”, che si è svolto a Roma lo scorso 12 febbraio, ha rappresentato un importante momento di sintesi e confronto tra il mondo scientifico e gli operatori del settore, riunendo università, enti di ricerca e stakeholder per condividere i risultati dei progetti PRIN 2020, PRIN 2022 e PRIN 2022 PNRR finanziati dal Ministero dell’Università e della Ricerca.
Ne abbiamo parlato con il professor Michele Pisante, ordinario di Agronomia e coltivazioni erbacee presso l’Università degli Studi di Teramo, tra i promotori e coordinatore dell’iniziativa.
Professor Pisante, qual è stato l’obiettivo del vostro convegno?
L’iniziativa nasce con l’obiettivo di coinvolgere tutti i coordinatori dei progetti PRIN sul frumento duro, mettendo insieme competenze diverse, dalla genetica all’agronomia, dalla fisiologia alla difesa della coltura. La risposta è stata molto positiva: siamo riusciti a riunire 13 progetti, per un totale di 28 unità di ricerca, coinvolgendo 11 università, due istituti del CNR e un centro CREA.
In due anni queste realtà hanno prodotto conoscenze rilevanti per il settore e l’evento è stato un momento di sintesi per presentare i risultati e, soprattutto, il loro impatto concreto, coinvolgendo anche gli stakeholder. L’obiettivo è ora costruire un network stabile, capace di dare continuità alla ricerca sul frumento duro e superare la frammentazione dei progetti, candidandosi a iniziative nazionali di più lungo periodo.
Il frumento duro è una coltura strategica per il nostro Paese. Che ruolo può avere oggi la ricerca nel rafforzare la competitività della filiera cerealicola italiana?
La ricerca può svolgere un ruolo di “diplomazia scientifica” lungo la filiera, contribuendo a valorizzare il grano duro italiano non come semplice commodity, ma come prodotto caratterizzato da qualità, salubrità e sicurezza alimentare.
Attraverso strumenti come il monitoraggio satellitare, oggi siamo in grado di fornire informazioni in tempo reale agli agricoltori, supportando decisioni più efficienti e sostenibili. Allo stesso tempo, le Tecniche di Evoluzione Assistita (TEA) potrebbero rafforzare ulteriormente la nostra capacità di innovazione, offrendo soluzioni più sostenibili. Per fare un salto di qualità è però necessario anche un avanzamento normativo: la ricerca deve contribuire a superare le resistenze ideologiche, fornendo dati quantitativi solidi e replicabili.
Quali sono oggi le principali sfide che la ricerca deve affrontare lungo la filiera del frumento duro?
Il grano duro rappresenta un nodo strategico per il Paese, ma presenta criticità evidenti. Una delle principali riguarda la dipendenza dall’estero: oltre il 40% del grano trasformato in semola è importato. A questo si aggiungono le sfide legate ai cambiamenti climatici, ai nuovi patogeni e a un quadro normativo sempre più stringente. La ricerca sta lavorando per individuare soluzioni in grado di coniugare sostenibilità e produttività, creando le condizioni per rafforzare una filiera sempre più competitiva e radicata sul territorio.
Tecnologie digitali e agricoltura di precisione stanno entrando sempre più nella gestione delle colture. Che impatto possono avere nella produzione di grano duro?
L’impatto delle tecnologie digitali è destinato a essere trasformativo, più che incrementale. Grazie ai satelliti e agli investimenti dell’Agenzia Spaziale Italiana ed Europea, oggi possiamo monitorare costantemente le colture e analizzare i dati con algoritmi di machine learning, individuando in tempo reale le variazioni all’interno dei singoli campi. Questo consente di supportare le decisioni di agricoltori e tecnici, intervenendo solo quando necessario e con dosaggi più precisi, riducendo costi e impatti ambientali. Il paradosso è che, nonostante l’eccellenza della ricerca italiana, l’adozione di queste tecnologie è ancora limitata. Serve una vera transizione, anche a livello istituzionale: gli strumenti esistono, ma non sono ancora pienamente applicati ed ancor meno diffusi.
Le TEA stanno aprendo nuove prospettive nel miglioramento genetico delle colture. Quali opportunità potrebbero offrire?
Le nuove tecniche genomiche rappresentano un’opportunità straordinaria per il miglioramento delle specie d’interesse agrario ed alimentare, ad iniziare dal grano duro. Oggi lavoriamo con strumenti avanzati su un materiale genetico “datato”; poter selezionare nuovo materiale consentirebbe un salto di qualità significativo. Le TEA permettono di comprendere e gestire meglio le informazioni a livello cellulare, di pianta e di sistema colturale, integrandole con le tecnologie digitali. Attraverso la fenotipizzazione possiamo individuare con maggiore precisione i momenti in cui la pianta necessita di nutrienti o l’insorgenza di stress biotici e abiotici.
In questo scenario, disporre di un quadro normativo europeo chiaro è cruciale. L’attuale assetto rappresenta un limite allo sviluppo della ricerca e all’innovazione: senza la possibilità di utilizzare pienamente queste tecnologie, il sistema agricolo europeo e quello italiano più degli altri, rischia di perdere competitività rispetto ad altri contesti internazionali.





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